Le Anteprime Toscane sono molto più di una vetrina sulle nuove annate, rappresentano il momento in cui la regione si racconta nel suo insieme, mettendo in relazione territori, denominazioni e visioni produttive. Sono un osservatorio privilegiato in cui il vino non è soltanto prodotto, ma anche linguaggio economico, culturale e identitario
Ad aprire il percorso è stata PrimAnteprima, appuntamento istituzionale che ha restituito una fotografia chiara di una Toscana del vino che non cresce più per espansione, ma per consolidamento. La direzione è quella del valore, non dei volumi, con una produzione del 2025 che si è attestata intorno ai 2,2 milioni di ettolitri, in linea con la media dell’ultimo decennio dopo l’annata più generosa del 2024. Una scelta di equilibrio più che di riduzione, che si inserisce in una strategia del contenere per qualificare.
Dentro questo scenario, la Toscana conferma la propria impostazione fortemente identitaria. Il 97% dei vigneti è iscritto a denominazione DOP e il vino certificato rappresenta circa il 90% dell’offerta commerciale. Il biologico continua a crescere e raggiunge circa il 38% della superficie vitata, un dato che colloca la regione tra le realtà più avanzate d’Europa sul piano della sostenibilità.

Anche il mercato racconta una trasformazione interessante, con l’export che resta solido, soprattutto verso gli Stati Uniti, mentre sul mercato interno si consuma meno vino ma si investe di più per bottiglia. È un cambiamento culturale prima ancora che economico, evidente soprattutto nella fascia dei consumatori più giovani adulti, dove la spesa cresce mentre i volumi si riducono.
In parallelo, l’enoturismo è diventato un asse strutturale del sistema. Non più attività accessoria, ma parte integrante del modello produttivo, che vede il vino come esperienza territoriale, come accesso diretto al paesaggio e alla cultura.

È dentro questo quadro che si collocano le Anteprime dei consorzi. Tra queste, la Chianti Classico Collection resta uno dei passaggi più attesi. Ospitata alla Stazione Leopolda di Firenze, la 33ª edizione ha riunito 223 aziende e 680 etichette in degustazione, confermandosi come un punto di incontro internazionale in cui il Chianti Classico si presenta non solo come prodotto, ma come sistema territoriale.
Il tema scelto per il 2026, Wine is Culture, nel caso del Chianti Classico non ha bisogno di essere forzato in una chiave interpretativa. Qui il vino non si sovrappone al territorio, ma nasce dentro di esso. È il risultato di una stratificazione storica che parte dal 1716, attraversa le vicende di Firenze e Siena e arriva fino alla costruzione di un paesaggio rurale fatto di ville-fattoria, architetture agricole, boschi, vigneti e sistemi insediativi che convivono in continuità.

In questo contesto il vino non è mai soltanto agricolo, ma diventa un fatto culturale quotidiano, un’eredità condivisa che si rinnova nel lavoro delle aziende e nella cura del paesaggio. A raccontarlo non sono solo i vini in degustazione, ma anche i materiali emersi durante l’evento, tra cui alcune slide storiche che riportano alla fase originaria di costruzione dell’identità contemporanea della denominazione. Una introduzione al progetto Chianti Classico 2000, datata 1987 e attribuita a Lapo Mazzei, segna uno dei primi momenti in cui si avverte la necessità di ripensare la viticoltura partendo dal vigneto e dal suo patrimonio genetico. Ancora prima, una slide del 1983 dedicata al Gallo Nero riporta una citazione di Burton Anderson che già allora insisteva sulla necessità per il Chianti Classico di definire una propria identità autonoma e riconoscibile, centrata sul Sangiovese come asse portante.
Il progetto Chianti Classico 2000 si sviluppa poi come un lavoro lungo e stratificato, durato sedici anni e costruito su un impianto di ricerca senza precedenti per la denominazione. L’obiettivo era osservare il vigneto non solo come superficie produttiva, ma come sistema complesso in cui ambiente, vitigno e gestione agronomica dialogano in modo continuo. Il lavoro si è articolato attraverso vigneti sperimentali, micro-vinificazioni e stazioni agrometeorologiche distribuite nei punti più rappresentativi del territorio, con un approccio che ha messo in relazione dati, osservazione diretta e sperimentazione.

Le attività hanno riguardato sei grandi aree di ricerca, dai cloni ai portinnesti, dalle densità d’impianto alle forme di allevamento fino alla gestione del suolo e alla selezione del materiale genetico dei vitigni storici del Chianti Classico. Il percorso ha portato a un lavoro di affinamento progressivo che ha ridefinito il patrimonio ampelografico della denominazione, fino all’omologazione di nuovi cloni oggi iscritti nel Registro nazionale delle varietà di vite come Chianti Classico 2000.
Più che un progetto di ricerca in senso stretto, Chianti Classico 2000 si configura oggi come una infrastruttura invisibile della denominazione; un lavoro lungo e stratificato che ha contribuito in modo decisivo a costruire la viticoltura contemporanea del Chianti Classico e che continua, ancora oggi, a fornire strumenti per leggere il presente con una profondità che nasce da decenni di osservazione e sperimentazione.
Il filo più evidente di questa edizione resta quello legato ai dieci anni della Gran Selezione, introdotta ufficialmente il 17 febbraio 2014 nel Salone dei Cinquecento come nuovo vertice qualitativo della denominazione. Non una categoria aggiuntiva, ma il segnale di una trasformazione più profonda che ha riguardato regole, identità e posizionamento del Chianti Classico.

L’intenzione iniziale era duplice, da un lato rafforzare il legame tra vino e azienda, valorizzando produzioni provenienti esclusivamente da vigneti gestiti direttamente, dall’altro costruire un vertice riconoscibile capace di posizionare la denominazione nel contesto internazionale, in una fase di forte accelerazione del vino italiano sui mercati globali.
I requisiti erano fin dall’inizio molto netti, con vigneti aziendali, almeno 30 mesi di affinamento complessivo e un profilo qualitativo definito con precisione sia sul piano tecnico che organolettico. All’esordio le aziende erano soltanto 33, in una fase quasi sperimentale.
Dieci anni dopo lo scenario è profondamente cambiato, con circa 200 produttori e una produzione che sfiora i due milioni di bottiglie, pari a circa il 6% del Chianti Classico complessivo. Il dato quantitativo, però, racconta solo una parte della trasformazione.
Perché il vero cambiamento è avvenuto sul piano del significato. La Gran Selezione è passata da essere il vino più importante di un’azienda a diventare progressivamente il vino più rappresentativo del territorio. Le modifiche introdotte tra il 2021 e il 2023 hanno accelerato questo passaggio, portando il Sangiovese al 90% minimo, escludendo i vitigni internazionali e rafforzando il ruolo delle varietà autoctone complementari. In parallelo sono arrivate le Unità Geografiche Aggiuntive, che hanno cambiato il modo stesso di leggere la denominazione.
Da quel momento la Gran Selezione non è più un vertice unico ma una pluralità di vertici, non un punto d’arrivo ma una mappa. Il Sangiovese diventa lingua comune, le UGA ne raccontano le declinazioni, e le aziende lavorano sempre più spesso su interpretazioni territoriali precise, talvolta legate a singole vigne.
È in questa chiave che la categoria trova oggi la sua forma più compiuta, non nel vino migliore in assoluto ma nel vino più preciso possibile nel raccontare un luogo.
Nel percorso di degustazione questo approccio si rifletteva con chiarezza anche nel tavolo di assaggio, dove una sequenza di vini ha permesso di leggere l’evoluzione della denominazione attraverso annate e interpretazioni diverse. Dalla Chianti Classico Riserva Poggio alle Rose 2010 alla Gran Selezione Tenuta di Lilliano 2016 in UGA Castellina, fino alla Terrazze di San Leonino 2019 in UGA Lamole, allo Zac 2020 in UGA San Casciano, alla Casanuova di Nittardi Vigna Doghessa 2021 e alla Riserva Le Baroncole 2021, in un percorso quasi totalmente centrato sul Sangiovese.
Accanto a questi, la presenza di produttori come Castello di Fonterutoli, Istine, Antinori, Castello Vicchiomaggio e Riecine contribuiva a costruire un quadro più ampio, in cui il Chianti Classico si mostrava non come somma di stili ma come sistema coerente che oggi lavora soprattutto sulle sfumature territoriali.
Le Anteprime Toscane 2026 restituiscono nel loro insieme una regione che ha scelto con chiarezza una direzione precisa, quella di non inseguire più la crescita quantitativa ma di consolidare valore e identità. Dentro questo quadro, il Chianti Classico resta uno dei casi di evoluzione coerente del vino italiano contemporaneo.
E la Gran Selezione, oggi, non ha più bisogno di essere spiegata. È diventata semplicemente uno dei modi più chiari con cui questo territorio continua a raccontarsi.



